Felicità… IN CHE SENSO?

Quanta parte dei nostri pensieri è costituita da progetti, aspirazioni, aspettative che ruotano intorno alla speranza della felicità?

Molti quasi non osano confessarlo per timore di sperimentare la sofferenza che procura la delusione dell’aspirazione alla felicità e ciò tanto più quanto si ha avuto esperienza della vita e si ha avuto occasione di sperimentare tale dolore. Dunque la Felicità sarebbe un’illusione, una pura astrazione da cui sarebbe bene emanciparsi al più presto?

Questa è la conclusine in cui molti nella storia umana sembrano essere giunti, con diverse accezioni: da quelle estreme dei vari pensatori nichilisti e cinici radicali per cui nulla della vita ha un senso e per cui ogni aspirazione è vana, al messaggio proprio di varie tradizioni mistico-filosofiche fra cui il meno estremo Stoicismo e soprattutto il Buddhismo che ammonisce a lasciare qualsiasi bramosia edonistica e aspirazione al piacere quale presupposto per la liberazione dello spirito (bodhi –> “risveglio” o “illuminazione”) che trova il suo culmine nel raggiungimento di quello stato di liberazione dal dolore che conosciamo come “Nirvana”, tradotto propriamente come “estinzione” (nir + va –> “cessazione del soffio”), con un senso che ci appare quindi del tutto diverso dal concetto di felicità così come lo concepiamo noi.

A questo punto però il discorso si complica in maniera quasi inestricabile, poiché a fronte del gran pensare, parlare e scrivere (provate a inserire i termini libro e felicità in Google) sul tema della Felicità, se in un primo momento diamo per ovvio sapere di che cosa si stia parlando, poi di fatto è ben arduo dare di questo concetto una definizione chiara, univoca e sufficientemente definita. Non a caso la ricerca psicologica tende ad evitare come lo ortiche di trattare la Felicità nelle sue ricerche, è così la psicologia clinica nel parla assai malvolentieri se non come punto di partenza da decostruire e da decrittare in atri termini.

Della sostanziale inafferrabilità della definizione della Felicità ebbero una prova tangibile gli ascoltatori della settima puntata di ” Abendstudio” della Radio dell’Assia, quando nel settembre 1972 furono testimoni di una discussione sul tema “Che cos’è la felicità? ” [1], durante la quale quattro rappresentanti di diverse discipline e visioni del mondo non riuscirono in alcun modo ad accordarsi sul significato di questo concetto.

D’altro canto il filosofo Robert Spaemann [2] in un saggio sulla vita felice riferisce che Terenzio Varrone contò 289 interpretazioni diverse di tale concetto e a proposito dei diversi modi di intendere la Felicità, di cui per inciso ognuno avendo il suo dà per certo che in realtà sia proprio quello l’unico plausibile,  il filosofo racconta quella storiella yiddish in cui il giovane annuncia al padre la sua intenzione di sposare la bella signorina Kats. Al che il padre obbietta che la signorina Kats non ha alcuna dote ma il figlio ribatte esternando l’assoluta convinzione asolo con lei potrebbe essere felice. Al che il padre, probabilmente con un sospiro: “Essere felice… e che cosa ne ricavi?”. Nell’espressione di tipico umorismo cinico di questo tipo di narrazioni in fondo viene messo in discussione la possibilità che la Felicità possa essere un valore di per sé perseguibile, che la conquista della felicità dunque sia fine assoluto.

Passando tuttavia a definizioni che ci possano apparire più ‘serie’ e pertanto più degne di considerazione prossimo considerare quattro esempi del tutto differenti e pure tali da suonarci tutt’altro che campati per aria:

Prima di tutto Aristotele, a buon diritto considerato il padre fondamentale della nostra cultura occidentale.

Secondo Aristotele, la felicità è la massima aspirazione di tutti gli esseri umani. Per raggiungerla, è necessario coltivare le virtù più elevate e vivere uno stile di vita virtuoso. La felicità, per Aristotele, non è dunque uno stato concreto, ma piuttosto un modo di vivere (le sue tesi sulla felicità sono conosciute con il nome di “eudaimonia”).

Epicuro invece, proprio in contrasto con i metafisici, credeva che la felicità non dovesse provenire solo dal mondo spirituale, ma anche dalla dimensione terrena. Fondò la “Scuola della felicità” e postulò che l’equilibrio e la temperanza conducessero alla felicità. Secondo lui, l’amore aveva poco a che fare con la felicità, mentre l’amicizia sì.

Giungendo a Nietzsche troviamo che per lui vivere tranquillamente e senza preoccupazioni fosse un desiderio delle persone mediocri. A tale mediocrità, che disprezzava, e che assimilava al concetto di “benessere”, contrappose quella che per lui era la Felicità,  ovvero la forza vitale che si manifesta nel superamento delle avversità e nella creazione di modelli di vita originali.

Al contrario il filosofo spagnolo José Ortega y Gasset (1883 – 1955) considerava la felicità come uno stato d’animo sereno, privo di preoccupazioni secondo una nozione caratteristica dell’etica classica, che chiamò “eudemonismo” [3].

Certo non si pretende con questo di poter dare una risposta definitiva al quesito inerente alla natura della Felicità ma forse un minimo di chiarezza forse possiamo farla considerando come, in definitiva, ci siano due modi generali di affrontare tale concetto: come uno stato, una cosa, definibile con un sostantivo, oppure come un processo, il frutto di azioni, o meglio esperienze, più propriamente definibile con un verbo.

Se la prima accezione ci risulta più immediata mentre la seconda sembra ancora più nebulosa (che verbo potrebbe esprimere un processo “felice”?) ciò non testimonia affatto a sfavore di quest’ultima. Infatti potrebbe ben essere che la confusione di cui abbiamo parlato sia attinente soprattutto al modi di pensare la felicità come un qualche cosa da raggiungere, possedere, quindi anche passibile di esser invidiata o, peggio, essere conquistata magari a spese di qualcun altro, ovvero nei termini di Erich Fromm [4], qualche cosa attinente alla “modalità esistenziale dell’ Avere”. Al contrario come processo dovrebbe essere intesa, sempre nei termini di Fromm, come relativa alla “modalità esistenziale dell’Essere”, sottolineando così il suo carattere tale da richiedere un azione attiva e responsabile da parte del soggetto.

Un sostegno alquanto robusto a tale concezione lo troviamo nella stessa etimologia della parola Felicità da ricondursi alla radice sanscrita bhu– (poi trasformatasi in foe- o in fe-) da cui il verbo greco puw (fyo)  con il significato di “produco”, “faccio essere”.

In ciò in effetti troviamo più Aristotele e l’affinità con concezioni etiche con enunciazioni quali il Principio Categorico di Kant [5] (“agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo.”), l’Imperativo Etico di Heinz von Foerster [6] (“Agirò sempre in modo da accrescere il numero totale delle possibilità di scelta (per me e per gli altri)”) e certo il comandamento evangelico “tratta il tuo prossimo come te stesso”.

Se un utilità vi può essere in una simile analisi di uno dei concetti, come abbiamo visto, fra i più ricorrenti nei nostri pensieri, può esser proprio nella sua capacità di orientare le nostre aspettative e di aiutarci a superare la paura di non riuscire a ESSERE FELICI, a provare felicità.

Ciò che conta non è raggiungere la meta della Felicità quanto vivere sforzandoci di divenire “felici di noi stessi”.


citazioni

  1. MITSCHERLICH, ALEXANDER e KALOW, GERT – “Glück Gerechtigkeit – Gespräche über zwei Hauptworte” (1976) in PAUL WATZLAWICK “Istruzioni per rendersi infelici” (2008)
  2. ROBERT SPAEMANN – “Philosophie als Lehre vom glücklichen Leben” (1977) in PAUL WATZLAWICK “Istruzioni per rendersi infelici” (2008)
  3. JOSE’ ORTEGA Y GASSET – “Meditazioni sulla felicità” (1986)
  4. ERICH FROMM – “Avere o Essere” (1977)
  5. IMMANUEL KANT – “Fondazione della metafisica dei costumi” (1785),
  6. HEINZ VON FOERSTER – “Sistemi che osservano” (1987)

Le citazioni di Aristotele, Epicuro e quella relativa al testo del Vangelo non sono riportate in quanto considerate di sufficiente dominio comune.