Da qualche tempo non solo negli articoli che trattano di divulgazione psicologica, ma sempre più spesso nella stampa quotidiana e, ancor più nelle riviste di costume, si fa un gran parlare di Resilienza.

Anzi, in tempi di Covid-19, già dall’inizio della fase di limitazione degli spostamenti di isolamento sociale, non passa giorno che non ci capiti di leggere o sentir parlare di Resilienza in articoli, in vari istant book, in innumerevoli post nei vari social ed in trasmissioni radiofoniche e televisive.

Anche nelle chiacchere e nelle discussioni private se ne parla, con diversi accenti e connotazioni: ora sembra descrivere un sentimento di rassegnazione impotente, altre volte di eroica resistenza alle avversità, altre volte ancora sembra alludere ad una illusoria e maniacale tendenza a negare le difficoltà e fare come se non esistessero.

Delineiamo dunque una prima distinzione fra una possibile definizione di Resilienza contrapposta a Resistenza, per poi introdurre un concetto  ancora diverso citato da Natale Losi in “Critica del trauma” (ed. Quodlibet, 2020).

Resilienza

Resilienza è di per se un termine derivato dalla scienza dei materiali e indica il grado in cui un materiale è in grado di subire una deformazione in seguito a un urto, essendo comunque in gradi di ritornare alla forma strutturale precedente senza subire rotture o alterazioni permanenti.

L’Enciclopedia Treccani in proposito nota che “L’estensione dell’accezione del termine dal campo delle scienze fisiche e ingegneristiche è stata operata dal neuropsichiatra francese B. Cyrulnik. Questi sviluppò la teoria dell’attaccamento elaborata da J. Bowlby, secondo il quale una positiva relazione madre-figlio aiuterebbe il bambino a sviluppare risorse interiori, quali la  sicurezza e la fiducia in sé stesso, in grado di proteggerlo da separazioni ed eventi traumatici.”
La resilienza in senso psicologico rappresenterebbe dunque la capacità di recupererà dopo aver subito un trauma emotivo.

Per trauma emotivo non si intende solamente il danno provocato da un evento che accade nella vita di una persona sconvolgendone il corso quotidiano, ma può derivare parimenti da una situazione perturbante che perdura nel tempo. Il ripetersi della condizione traumatizzante finisce per gravare sulla psiche di una persona anche se dall’esterno non sembrano accadere fatti particolarmente eclatanti.

Questo è il caso per esempio di una situazione di malessere persistente causata da una atteggiamento genitoriale eccessivamente severo e punitivo, o al contrario disinteressato ed abbandonico, che pure senza assumere il carattere di un vero maltrattamento fisico o una reale trascuratezza materiale, risulta comunque gravemente disturbante.

Naluralemente tanto più ciò accade ad un individuo in tenera età, tanto più il trauma sarà intenso, radicato nella personalità, difficile da superare e tale da condizionare estese aree del componratemto delle psiche della persona.

Resistenza

Con il termine Resistenza in psicologia possiamo intendere più cose, ma sempre considerando ciò che accade quando si è esposti ad un trauma o ad una situazione critica, possiamo anche qui per analogia fare riferimento alla misura fisica corrispondente nello studio dei materiali.

In questo caso con questo termine si indica il grado con un materiale può sopportare una tensione senza alterarsi.

Da notare è il fatto che per molti materiali la resistenza dipende dal numero di cicli di stress cui è sottoposto. Per esempio l’alluminio ha una certa resistenza che dopo un numero definito di stress si abbassa di colpo cosi che improvvisamente l’oggetto si rompe anche se sottoposto a un carico che usualmente sembra sopportare bene.

La distinzione con la Resilienza è quindi nel fatto che non si verifichi alcuna alterazione nella forma del corpo che appunto resiste allo stress senza modificarsi neppure temporaneamente.

Di fatto la resistenza corrisponde alla durezza e tanto più un corpo è duro, tanto più sappiano non essere duttile, ovvero in grado di deformarsi e tanto più è duro tanto più è fragile, ovvero tanto più è soggetto a rotture improvvise e definitive.

L’esempio più evidente è quello del vetro, materiale estremamente duro e per tanto fragile, diversamente dal ferro molto duttile e per tanto facilmente modificabile in forme volute o dell’acciaio flessibile, in grado di deformarsi sottoposto a una carico senza perdere la sua struttura e tornado alla forma iniziale con facilità.

L’analogia con la struttura della personalità umana è abbastanza evidente ed istruttiva.

Vi sono persone che hanno avuto una storia evolutiva per cui hanno sviluppato una buona struttura interiore, hanno sviluppato molte risorse cognitive e un buon equilibrio emotivo, un buon senso di sicurezza personale e una ragionevole fiducia in se stessi e nel mondo che le circonda.

Queste persone trovandosi a sopportare un stress acuto ed intenso o situazioni traumatizzanti che si protraggono nel tempo, entro certi limiti hanno la possibilità di superare la crisi, di sopportare il malessere che ne deriva e uscire dalla situazione mobilitando le proprie risorse e quelle delle persone che le circondano essendo in grado di chiedere aiuto.

Quest’ultimo rappresenta una facoltà molto importante soprattutto considerando come da molte situazioni difficili in effetti sia molto difficile uscirne con le proprie sole forze e come, invece, sia necessario il confronto ed il sostegno degli altri anche solo per impegnarsi con coraggio a mettere in atto cambiamenti importanti della vita.

Purtroppo invece questa facoltà è mancante in persone con una struttura di personalità più rigida e fragile, più gravate da scarsa autostima e con un atteggiamento più difeso rispetto al mondo e più chiuso nei riguardi della propria interiorità.

Queste persone tipicamente rifiutano di chiedere aiuto siam ai professionisti dell salute psicologica che, spesso, anche a conoscenti ed amici, al massimo limitandosi a lamentale sterili ed inconcludenti.

Infatti l’idea stessa di chiedere aiuto è fonte di ansia poiché la persona fondamentalmente è convinta di non meritarla o che nessuno al mondo potrebbe capirli ed essere disposto a venire loro incontro. Oppure queste persone oppongono un netto rifiuto alla possibilità di riconoscersi bisognosi di soccorso e conseguentemente non chiedono aiuto, temendo di apparire agli occhi degli altri deboli, tradendo così una drammatica carenza di autostima e sicurezza in se stessi.

Crescita attivata dall’avversità

Nel citato testo di Losi si propone come obiettivo del lavoro psicologico sul trauma il supporto alla persona perché possa accedere a una terza possibilità a fronte di una situazione traumatica subita: la Crescita attivata dall”avversità.

Tale obiettivo rappresenta la possibilità per così dire di andare oltre l’evento o la condizione negativa, proseguendo e raggiungendo uno stato che la persona riconosce migliore di quello precedente la crisi.

In linea di massima esiste sempre tale possibilità anche se può essere difficile da raggiungere e talvolta appare impossibile in quanto la persona stessa non ne vede la fattibilità rispetto alla sua situazione vissuta come disperata o poiché se stessa appare ai propri occhi irrimediabilmente inadeguata e disarmata.

In realtà due sono gli elementi efficienti che consentono da un avversità di pervenire ad un miglioramento attraverso un processo di crescita personale: la spinta motivazionale e le capacità, e le esperienze, acquisite nell’impegno di superare la crisi.

A meno che una persona non si abbandoni nella disperazione sentendosi completamente disarmata di fronte a una situazione critica, tenterà di uscirne, come si dice “con la forza della disperazione”, entrando in uno stato mentale tale per cui sapendo di non avere nulla da perdere e di rischiare tutto, il suo impegno personale sarà massimo, tutte le sue risorse psicofisiche saranno mobilitate e non avrà remore a chiedere aiuto ed a riceverlo.

Ecco che sotto la spinta di una motivazione tanto potente capita che la persona “vada oltre” il punto in cui si sentiva in pericolo e prosegua il suo impegno di crescita e sviluppo sul piano personale e sociale.

In modo simile, dovendo far fronte alla situazione difficile, le persone si ingegnano a fare cose che non avevano mai tentato per paura dell’insuccesso, per pigrizia o anche semplicemente solo perché non ne hanno mai avuto bisogno.

Ecco che così possono acquisire competenze ed abilità che li arricchiscono e che potranno mettere a frutto anche successivamente per raggiungere una maggior realizzazione nella vita. Anche i fallimenti ed i tentativi andati a vuoto possono costituire un prezioso bagaglio di esperienze che le prosone possono sfruttare per cambiare il proprio modo di agire fino a raggiungere il successo.

Gli esempi in proposito sono infiniti: l’operaio della fabbrica sull’orlo del fallimento che diventa imprenditore, la rileva e la porta fuori dalla crisi, l’ingegnere licenziato che si mette a coltivare la vigna del nonno e diventa un produttore di vino rinomato e innumerevoli altri personaggi che provenendo da condizioni di vita miserabili hanno costruito una vita esemplare e densa di realizzazioni.

Valt Disney in gioventù fu licenziato da un giornale con la motivazione: “mancanza di immaginazione e senza buone idee” e fallì diverse attività prima di ottenere il suo primo successo producendo un cortometraggio.

Anche Abrham Lincoln ebbe molte difficoltà per le quali tuttavia non si perse d’animo. Cominciò a lavorare giovane per provvedere alla sua famiglia che era stata sfrattata e quando decise di mettersi in affari sul serio fallì subito. Dopo la morte prematura della compagna, un’altra notevole serie di fallimenti economici e di problemi per pagare i debiti contratti, si concentrò sulla carriera politica infilando una serie “memorabile” di sconfitte elettorali: 1840, 1843, 1848, 1849, 1854, 1856, 1858 in elezioni locali, primarie del partito ed elezioni regionali, fino a quando nel 1860… diventò Presidente degli Stati Uniti d’America!