Un bel libro del 2018 del professor Fabrizio Benedetti (Università di Torino, Centro ipossia di Plateau Rosà), un libro di divulgazione scientifica scritto in maniera chiara e semplice anche se contenente dati tratti da ricerche svolte con le metodologie scientifiche più rigorose (1).

Il messaggio dell’opera è tutto nel titolo: aiutare una persona inferma a sviluppare speranza nella guarigione, o almeno nel miglioramento della sua condizione, aiuta non solo a ridurre il dolore acuto o cronico della malattia ma anche, più o meno direttamente, a avviare un processo di guarigione efficace.
Ciò non può che avvenire attraverso lo sviluppo di una relazione calda di fiducia fra il malato e chi di occupa di lui che consente al malato nutrire una ragionevole speranza che nel futuro sia alla sua portata il raggiungimento della guarigione o, almeno per quanto possibile nei casi di malattia terminale, un netto miglioramento del suo stato di benessere psico-fisico con la possibilità di intrattenere relazioni positive con i suoi affetti più cari.

La particolarità del libro è appunto che non si limita a un generico appello morale o ideologico alla sanità “centrata sul paziente”, a ribadire un’ormai ovvia visione organica dell’unità psico-fisica dell’uomo e neppure si limita a osservare come i fattori stressogeni siano orami considerati generalemnte nella letteratura elemanti patogenetici ed oppositivi ai processi di guarigione.

L’autore cita invece una serie di ricerche, molte svolte personalmente, i cui risultati indicano come lo sviluppo di speranza da parte dei soggetti sperimentali porti ad attivare gli stessi meccanismi fisiologici (nervosi, ormonali, metabolici, ecc.) su cui agiscono chimicamente i farmaci.

Particolarmente interessante è la serie di esperimenti in cui si vede chiaramente come l’induzione o meno della speranza che un farmaco possa ridurre il dolore acuto in malati affetti da dolore oncologico o post-operatorio sia un fattore in grado di determinare in maniera diretta e verificabile l’effetto del farmaco soministrato, anche in caso si tratti unicamente di un placebo privo di alcun principio attivo.

In maniera ancora più specifica l’autore delinea due meccansimi fisiologici attarverso cui si osserva attivarsi questo effetto, a seconda delle differenze costituzionali individuali. In alcuni individui l’effetto della speranza appare influenzare direttamente i circuiti neuronali attivati solitamente dall’assunzione di oppiacei, mentre in altri i meccanismi cereberali interessati sono quelli tipicamente influenzati dalla somministrazione di cannabinoidi.

Uno spazio notevole è poi dedicato a descrivere, anche tramite diverse testimonianze dirette di persono ammalate, come le stesse condizioni in cui avviene il ricovro dei pazianti influisca direttamente nel favorire i processi di guarigiono o invece avversandoli.

In questo senso si segnala la grande importanza che il paziente possa avere la percezione di essere trattato con umanità ed attenzione da parte del personale medico ed infermieristico, nonchè che nell’ambiente in cui si trova a sopportare la crisi anche emotiva dovuta al suo stato di malattia possa avere garantito un minimo di privacy e di protezione rispetto agli stimoli luminosi e acustici troppo intensi (2).

In conclusione il prof. Benedetti afferma, in maniera solo apparentemente paradossale, che per tali ragioni non sia corretto dire che lo stato psicologico indotto dalla speranza di una persona aiuti la sua guarigione.

Piuttosto, visto che i meccanismi di autoguarigione sono propri della nostra natura mentre i farmaci sono stati scoperti solo a partire da un tempo relativamente breve della storia umana, sarebbe molto più corretto dire al contrario che sono le medicine ad agire supportando ed amplificando l’azione terapeutica della speranza per la persona malata.


(1) La speranza è un farmaco” di Fabrizio Benedetti – Mondadori, 2018

(2) L’effetto sulla salute e i processi di guarigione degli stimoli ambientali percepiti inconsapevolemnte nell’ambiente circostante ed elaborati inconsciemante quali segnali della presenza di possibili minaccie o invece di condizioni di sicurezza, sono stati ampiamente studiati e descritti con precisione della Teoria Polivagale di Stephen W. Porges.

per approfondire:

La teoria polivagale” di Stephen W. Porges – Giovanni Fioriti Editore, 2014

Le applicazioni cliniche della teoria polivagale“di Stephen W. Porges e Deb Dana – Giovanni Fioriti Editore, 2020