A partire dagli anni ’70, grazie soprattutto al successo di un filone cinematografico il cui principale e più originario protagonista è stato Bruce Lee (San Francisco, 27/11/1940 – Hong Kong, 20/07/1973), l’Occidente ha iniziato progressivamente a interessarsi di quella particolare aspetto della della cultura orientale che è costituito dalle Arti Marziali.

Prescindendo dalle rappresentazioni che ne sono state fatte, spesso quanto mai superficiali e decisamente pop nel senso più deleterio del termine, con questo termine si fa riferimento ad un ambito di attività universale, l’arte del combattere è appartenuta praticamente a tutti i popoli, ma che in Oriente ha costituito un universo di significati del tutto peculiare che è giunto sino a noi, al di là dell’aspetto puramente fisico o sportivo delle varie pratiche, in particolare nel contesto storico socio-culturale giapponese.

Nella storia: saper combattere

Nel corso dell’epoca medioevale il Giappone attraversò un lungo periodo di lotte e guerre interne che portarono infine all’unificazione dello stato in forma feudale, al cui vertiche si trovava l’autorità spirituale dell’imperatore, il tennō, affincata da quella molto più sostanziale di carattere politico-militare dello shogun e della sua casata.

Durante il lungo periodo di pace che di lì ebbe inizio, gli esponenti della casta militare si trovarono disimpegnati da eventi bellici, quindi con la necessità di essere impegnati in attività significative, in grado di conservare nel tempo la loro efficienza marziale, nonché consentire loro un educazione adeguata ed un adeguato avvicendamento generazionale.

Ecco come le così dette “arti marziali”, ovvero le metodologie di addestramento militare che fino a quel periodo avevano avuto una funzione prettamente utilitaristica (assicurare un addestramento sufficiente per poter schierare nuovi soldati sul campo nel più breve periodo di tempo), incominciarono ad assumere una rilevanza ulteriore, assimilabile a quello che noi oggi potremmo definire una finalità educativa.

Nella storia: educarsi e crescere

Così l’esponete nobile della casa guerriera, accanto all’allenamento fisico e lo studio e la pratica delle tecniche proprie dell’uso delle varie armi, finì spesso per coltivare ad alti livelli pratiche artistiche di rilievo, specie l’arte della scrittura, e meditative quali lo Zen.

Il fine ultimo di tali attività era certamente lo sviluppo di una personalità matura e stabile, in senso psicologico tanto quanto fisico e morale nonchè l’interiorizzazione del Bushido (La Via del Guerririero) (1) il codice di comportamento morale del samurai, equivalente all’occidentale Codice cavalleresco.
Il prinicipio più rilevante del Bushido è l’impegno d’onore a raggiungere la perfezione artistica nella propria vita e nel proprio dovere nei confornti del signore, a cui il guerriero era tenuto a dedizione assoluta a prezzo della vita e che ptroprio si compie con una morte oniorevole e degna.

A ben vedere non si è qui molto distanti dal principio della “bella morte” e dal precetto del distacco nobile e generoso dal mondo che già aveva caratterizzato lo stoicismo (2) greco e romano fra il 300 a.C e il secondo secolo d. C.

Comuque anche le abilità e le tecniche più propriamente militari, come il maneggio della spada, dell’arco, il combattimento a cavallo, la lotta a mani nude, ecc. in questo periodo si raffinarono e divennero sempre più complesse. Soprattutto nella seconda parte del IX secolo, molte di queste iniziarono ad essere formalizzate e fissate nella metodologia di insegnamento in scuole sotto l’autorità di guerrieri-filosofi insegnati, riconosciuti autorevoli maestri (sensei) tanto nell’arte quanto nella vita.
Durante il periodo post bellico, essenzialmente a causa dei divieti imposti dagli americani all’uso delle armi anche quelle tradizionali, nacque in molti nobili e pronipoti dei vecchi samurai il desiderio di mantenere viva una tradizione con un alto valore culturale identitario.

L’esercizio delle arti marziali giapponesi fu quindi regolamentao assumendo generalmente un carattere sportivo, mantenedo tuttavia spesso un altro un valore meditativo-spirituale.

Oggi, che senso ha la pratica marziale

Oggi troviamo diffusa la pratica marziale in tutti i continenti, per ultimo quello africano, in un movimento che è venuto ad interessare non solo le arti di origine giapponese o comunque estremo-orientali, ma spesso ha portato alla riscoperta di tradizioni locali ormai dimenticate ma dal grande valore culturale. Per rimanere nel nostro paese, negli ultimi decenni sono stati riscoperti la la “Sa strupa” sarda (lotta), il “Gabetto genovese” (lotta), la spada tradizionale italiana, le tecniche di coltello di scuola siciliana o napoletana.

Non stupisce quindi che ancora oggi accostandosi alla pratica delle arti marziali, sia quelle di carattere più agonistico sportivo (Judo, Karate, Kendo, ecc.), che quelle più di tipo più “tradizionale” e “culturale” (Aikido, Iaido, Kung-fu, Kyudo, ecc.) e per certi versI anche quelle più apprezzate per l’efficacia nel combattimento (Jujutsu, Tae Kwon Do, Silat, Krav Maga, ecc.), di esse si riconosca l’evidente valore educativo, relativamente a molti aspetti della personalità umana.

Il tema è sicuramente ampio e ricco di sfaccettature, ma qui basti ricordare come la pratica costante sotto la responsabilità di insegnanti certificati, specificatamente preparati non solo sul piano tecnico ma anche su quello pedagogico, porti l’allievo ad un integrazione di capacità psico-fisiche importanti, al miglioramento del suo equilibrio pulsionale ed emotivo ed allo sviluppo di quei valori morali e sociali volti alla lealtà ed al rispetto di sé e dell’avversario, alla capacità di sacrificio e costanza nell’impegno, a relazionarsi in modo corretto con i compagni ed il maestro ed alla disponibilità ad accettare tanto la sconfitta quanto la vittoria.


(1) Bushido

(2) Stoicismo

L’argomento verrà ulteriormente sviluppato per un aspetto particolare legato all apratica della psicoterapia nell’articolo: “L’Aikido e l’arte della Psicoterapia